Non chiedetemi da dove abbia tirato fuori tutto questo, perché non ne ho la più pallida idea. E’ abbastanza cruda. Un po’ troppo, forse. Eppure è un’idea che continuo a rimuginare in testa da ieri sera, come se chiedesse ad alta voce di venire fuori. Non ha molto senso, a livello di trama. Mi sono concentrata più che altro sulle emozioni e sulla psicologia di questa determinata situazione.
The crawler
Una volta, ho letto che chi ama infinitamente leggere ed attraverso i libri
suole provare emozioni che dovrebbe in realtà provare nella vita in prima
persona, è qualcuno che dalla vita stessa è stato ferito in modo
profondo.
Ho odiato chi ha scritto quella frase.
Lei amava tantissimo leggere.
Chiuse il libro di scatto e guardò l’orologio. Era passato tanto
tempo, eppure non se ne era accorta.
Si tirò a sedere. Il letto cigolò fastidiosamente.
Si accorse che portava stampato in faccia un sorriso. Un sorriso…
La realtà le piombò nuovamente sulle spalle, con il suo peso insopportabile.
Era quasi giunta a dimenticarsene, immersa nella lettura. Era quasi riuscita
a…
Sorridere.
Eppure, non vi era nulla per cui valesse la pena sorridere.
Nessuno che le sorridesse.
Svegliarsi ogni mattina
Guardare innanzi a sé
E vedere
Il Vuoto
Le ore erano soltanto minuti, su minuti, su minuti… ogni
minuto era vuoto.
Oppure il vuoto si riempiva, ed ogni minuto diventava dolore.
Per questo doveva tenere la mente occupata. Per sbarrare all’esterno
il dolore.
Finché non ti fermi, non lo avverti. Se tieni la tua mente occupata,
il dolore non avrà il tempo di penetrare all’interno del tuo animo.
Ma
Il senso di vuoto è meglio?
Questa totale impotenza
E questa frustrazione
Un urlo, lancinante, cambiare, cambiare. Scaturisce dalle profondità
del suo animo assetato di vita, di calore, e si infrange, si spezza in mille
frammenti taglienti
Che cadono, cadono, e perforano la sua pelle.
Non vi è soluzione.
Tante volte lo si pensa, eppure la soluzione quasi sempre si trova.
Ma al vuoto dell’anima che soluzione poteva trovare?
Si alzò in piedi.
Il telefono era su un mobiletto, a pochi passi da lei. Lo guardò.
Non sarebbe suonato.
Per un istante ancora vi soffermò la sua attenzione, sperando quasi in
un miracolo.
Ma sapeva con certezza che nessuno avrebbe chiamato.
I resti di un telefono cellulare, poco distante.
Fatto a pezzi.
La cover si era rotta. Era una cover allegra, rossa.
Si era rotta in mille pezzi, che si erano sparsi per il pavimento, in mille
piccole schegge.
Passando, le calpestava.
Era a piedi nudi, ma pareva non curarsene.
Taglienti.
Al rosso delle schegge, il rosso del sangue….
Voltava le spalle al telefono.
Non sarebbe squillato.
Le spalle le si fecero un po’ più curve.
Il cellulare l’aveva rotto lei, ieri sera.
In un impeto di rabbia, di frustrazione, l’aveva scagliato contro il muro.
Il grido lancinante della sua anima cresceva così forte da stordirla.
Sono viva.
Urlarlo.
Sono viva.
Sono viva.
Sono viva.
Lei esisteva.
Per quanto miserabile potesse essere la sua esistenza…
Accorgetevene!
Era viva.
La rabbia.
Chi l’ha definita negativa? E’ pur sempre un sussulto di dignità.
Sempre meglio che chinare il capo in silenzio.
Uscì sul terrazzo. I capelli spettinati uscivano a lunghe
ciocche dalla coda precaria con cui li aveva fermati prima di andare a dormire.
Si affacciò.
La ringhiera era così bassa… le arrivava appena all’altezza
dell’inguine.
E sarebbe stato così facile sbilanciarsi…
Già poteva avvertire il suo corpo passare oltre a quella ringhiera, e
Cadere.
Ma
Era così facile, sì…
Ma per lei non lo era.
Codarda.
Perché continuava a strisciare, attaccata alla vita?
Quella “vita” miserabile.
Un insetto.
La dignità…dov’era finita?
Dormire…sarebbe stato bello.
Chiudere gli occhi, isolarsi dal mondo.
Far finta che esistesse solo lei.
Mia amata solitudine.
Lancinante solitudine.
Ed abbandono.
Dolcissima, odiata solitudine.
Poteva parere un controsenso, ma la propria solitudine presa
di per sé non la turbava particolarmente.
La straziava la sua solitudine in confronto agli affetti altrui.
Le menti deboli hanno bisogno di omologarsi alla massa.
Le menti deboli chiamano la loro unicità…
…sempre che la abbiano
con lo strano nome di
dolore
Solo perché sono talmente inette da non riuscire a tollerare
la propria distinzione.
Comprendere che è un pregio.
Ed esaltarlo.
Si distese sul letto.
Cigolio, nuovamente.
A testa in giù, i piedi sul cuscino, in posizione fetale.
Le guance erano sporche di lacrime umide.
Il pianto di un insetto.
Prese la cornetta con mano tremante, e fece per comporre un
numero.
Ma appese.
Un soprassalto di quella dignità mai posseduta fino in fondo?
Il rifiuto di piegarsi all’ultima umiliazione?
Tanto, che significato mai avrebbe potuto avere?
Procrastinare la cruda realtà
Solo per prolungare la propria recita di qualche ora
Il sorriso di gesso era crollato
In frantumi
Insieme al sangue
E alle schegge rosse.
Lo show era finito.
L’attore era troppo stanco per continuare a sorridere.
Il pubblico pagante non se ne sarebbe accorto come del resto non era mai riuscito
a vedere veramente..
Una persona.
Si rannicchiò stringendosi più forte a sé stessa.
Riprodurre il calore in fondo è importante…
Contribuisce a creare l’illusione.
La mattina quando si sarebbe svegliata avrebbe percepito ancora
il vuoto attorno a sé.
Nella sua esistenza.
Eppure quella era la scelta che aveva fatto.
L’unica scelta che potesse fare.
Obbligata.
Non vi era altra possibilità innanzi a lei
Persino la morte la rifuggiva
La parola fine è un bene troppo prezioso
Un dono troppo grande
E spetta soltanto a chi ha coraggio.
Ai vermi non resta che strisciare.